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Link to La recente visita di Angelo Moratti al vecchio mentore che il mondo chiama "L'oracolo di Omaha" non è solo stima o affetto: è il ritorno a quella scuola sempre avanti rispetto agli altri che già a metà 2025 aveva capito che l'anno in corso sarebbe stato difficile La recente visita di Angelo Moratti al vecchio mentore che il mondo chiama "L'oracolo di Omaha" non è solo stima o affetto: è il ritorno a quella scuola sempre avanti rispetto agli altri che già a metà 2025 aveva capito che l'anno in corso sarebbe stato difficile
di Guido Talarico
L’incontro dei giorni scorsi tra Angelo Moratti e Warren Buffett, a Omaha, non è solo un rivedersi tra amici. È il promemoria di un metodo: semplicità, disciplina, liquidità, orizzonte lungo. Un metodo che aveva portato investitoti come loro a capire con largo anticipo che il 2026 sarebbe stato un anno di fragilità. Moratti che nel bel mezzo della guerra e di un suo viaggio negli states va a salutare ad Omaha il suo antico mentore Buffett è dunque qualcosa di più di una semplice visita. E' l'occasione, ancora una volta, per discutere di mercati, di relazioni Europa/America, di prospettiva. Moratti non commenta ufficialmente, ma in una sua breve nota su Linckedin insiste su tre parole che oggi suonano quasi controcorrente: lucidità, umiltà, lungo periodo. Non è un dettaglio. In una stagione dominata dalla velocità e dall’euforia algoritmica, ritrovarsi nella capitale morale del value investing significa ricordare che la finanza, prima di essere rumore, è giudizio. E che proprio quando l’incertezza cresce, i migliori tornano alla disciplina.
Buffett, pur avendo lasciato dall’inizio del 2026 la guida operativa di Berkshire Hathaway a Greg Abel e pur restando chairman, continua a rappresentare una grammatica degli investimenti più che un semplice nome. E quella grammatica dice che quando il mondo si innamora della complessità, spesso è la semplicità a vedere più lontano. Lo confermano anche i numeri: nel bilancio 2025 Berkshire indicava 321,4 miliardi di dollari in Treasury Bills a breve e 47,7 miliardi di cassa nel solo comparto Insurance and Other, segno di una postura difensiva che vale più di molte dichiarazioni.
È qui che il profilo di Moratti, nel ritratto che il Sole 24 Ore gli dedicava a inizio gennaio, acquista un significato che va oltre la cronaca societaria. Le operazioni del suo 2025 – dalla cessione di Milano Investment Partners all’ingresso in Soprarno SGR, dalla nascita di L&B Capital SGR al rafforzamento nel deep tech e nella transizione energetica, fino al board di Armani – non appaiono come il semplice ridisegno di un perimetro. Somigliano piuttosto a un riposizionamento prudente, coerente con una lettura severa del ciclo. In quell’analisi Moratti metteva in fila segnali che molti preferivano ignorare: valutazioni euforiche sull’intelligenza artificiale, concentrazione patologica della performance americana in pochi titoli, leva crescente, debito travestito da liquidità, deregolamentazione strisciante in aree già surriscaldate. Il problema non era la prossima scintilla, ma il materiale altamente infiammabile accumulato da anni.
Il punto decisivo, oggi, è questo: la guerra in Iran non ha creato la fragilità del 2026; l’ha resa impossibile da negare. Il conflitto in corso, che ha coinvolto direttamente Stati Uniti, Iran e Israele, ha riportato al centro il rischio energetico e lo Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita circa un quinto dei consumi mondiali di petrolio. È un fattore dirompente per inflazione, catene di fornitura, premi al rischio, aspettative sui tassi. Ma attribuire tutto alla geopolitica sarebbe un alibi intellettuale. La geopolitica accelera ciò che la finanza aveva già preparato: prezzi tirati, multipli irrealistici, mercati compressi in poche leadership, una montagna di denaro che in realtà era soprattutto debito a costo relativamente basso.
Gli investitori più accorti, insomma, avevano già lanciato il loro avvertimento ben prima che i missili facessero impennare il petrolio e tornare di moda la parola “stagflazione”. Lo avevano fatto non per pessimismo ideologico, ma per mestiere. Perché leggere i mercati non significa prevedere il giorno esatto della correzione; significa riconoscere quando il margine di sicurezza si assottiglia. Da questo punto di vista, la prudenza di Buffett e la diagnosi di Moratti convergono: la cautela non è paura, è selezione. Non è fuga dal rischio, è rifiuto del rischio mal pagato.
Ed è significativo che Moratti, nella stessa fase in cui lanciava l’allarme, non abbia scelto il rifugio sterile dell’attesa. Al contrario, ha parlato di portafogli robusti, aziende poco indebitate, tecnologie solide, orizzonti lunghi. Cioè dell’unico modo serio di attraversare una stagione avversa: non smettere di investire, ma investire meglio. La vera lezione di Omaha alla fine è tutta qui. I grandi investitori non sono quelli che azzeccano la prossima moda; sono quelli che si preparano alla prossima disillusione.
Per questo l’incontro di Omaha tra Warren e Angelo va letto come qualcosa di più di una visita simbolica. In quel dialogo tra maestro e allievo c’è una lezione che l’Europa, e l’Italia in particolare, farebbero bene a recuperare: nei passaggi storici in cui il mondo diventa più instabile, il capitale deve tornare ad avere memoria. Memoria del debito, del prezzo pagato per la deregolamentazione, delle bolle che sembrano nuove ma hanno sempre la stessa psicologia. Il 2026 difficile, in altre parole, era già scritto nelle pieghe del 2025. La guerra lo ha reso visibile a tutti. Ma chi sapeva leggere i segnali, da Buffett a Moratti, aveva già invitato alla cautela. E oggi quella cautela somiglia meno a una rinuncia e più a una forma superiore di lungimiranza.
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